C’è del marcio su TripAdvisor

Non voglio entrare nella polemica tra gestori e TripAdvisor sulla bontà dei pareri espressi dagli utenti.

Lo uso praticamente sempre quando devo scegliere un posto dove andare e cerco di lasciare recensioni quanto più oneste e reali possibili.

So benissimo che ci sono recensioni negative esagerate, e positive comprate, ma basta leggerle attentamente tutte (cominciando da quelle negative) per farsi una buona idea del posto.

Non è quindi questo il punto. Ma dov’è il marcio allora?

Qui. Questa è la situazione della classifica dei ristoranti di Roma nel momento in cui esce il post.

TripAdvisor Classifica dei Ristoranti di Roma

Il primo ristorante è al quarto posto.

Non penso vada bene così. E i gestori hanno ragione, in questo caso la colpa è di chi classifica.

Chiamate la polizia! O i carabinieri? O i pompieri? O l’ambulanza?

Kabobo Picconatore

La terribile storia di Kabobo il picconatore folle, un personaggio così completo (nome incluso) che sembra uscito da un film horror estivo, ha scosso molte persone, e non sono ovviamente mancate le strumentalizzazioni politiche da tutte le parti né i soliti stracciamenti di vesti dei vari opinionisti televisivi.

Però quello che è e resta un gesto di un folle, e quindi inevitabile per definizione, che sia clandestino o milanese da sette generazioni, ha colpito per un particolare: la mancata segnalazione delle aggressioni. Che ha portato ad un ritardo nell’intervento delle forze dell’ordine, e quindi a ancora più tempo al picconatore per compiere la sua strage mattutina.

Questa cosa è stata analizzata molto bene in questo articolo del Corsera di Milano, dal titolo La paura che ci spinge a non chiamare il 112.

L’articolo ricorda come la follia di Kabobo sia stata segnalata alla polizia un’ora e mezza dopo l’inizio del killing spree.

Le prime tre vittime del folle non hanno infatti avvertito nessuno, se non i soccorsi medici:

Sono svenuto e quando ho ripreso conoscenza la strada era deserta», ha raccontato ieri dal citofono della sua abitazione, accanto alla moglie, dopo essere stato dimesso dall’ospedale. «Ho barcollato fino a casa, ho impiegato tempo». Aggiunge la donna: «Non abbiamo neppure realizzato di cosa si trattasse, per questo non abbiamo pensato di avvertire i carabinieri, ma solo l’ambulanza. In ospedale, quando sono arrivati altri feriti, abbiamo capito».

L’articolo cita anche gli altri aggrediti, dicendo cosa hanno (o meglio non hanno) fatto dopo l’aggressione, prima comunque di andare in ospedale, dove è partito poi l’allarme definitivo.

Il giornalista, cercando di capire il perché di questo comportamento intervista anche i soliti espertoni, sociologhi (ahahhaha) e psic* sempre pronti a commentare tutto, che sintetizzano più o meno così:

Facciamo parte di una società individualista con uno scarso senso della cosa pubblica, come conferma l’episodio di sabato mattina.

O con idiozie ancora peggiori:

La liquidità dei legami di oggi rende quasi impossibile identificarsi nel bene comune, nelle ragioni della collettività.

Ecco, queste sono tutte cazzate.

Il motivo principale, come viene riportato da diversi commentatori all’articolo (che non hanno perso tempo in facoltà inutili e quindi ragionano bene) è molto, molto più semplice.

In Italia non esiste un numero unico di emergenza.

Sì, perché l’Italia è il paese delle parrocchiette, degli orticelli e delle caste. Quindi ognuno deve avere un sistemino suo, un numerino suo a tre cifre, un suo corpo d’emergenza personale.

In altri paesi non esiste questo concetto. Negli Stati Uniti c’è solo il 911. Qualsiasi sia l’emergenza tu chiami loro e loro ti mandano quello che serve, ma tenendo traccia di tutto.

Sì perché in questi casi la velocità di diffusione e la condivisione dell’informazione è essenziale.

Se c’è un pazzo che prende a picconate tre persone e uno chiama il 118, uno il 113 e uno il 112, nessuno correlerà mai le cose. Ognuno penserà ad un caso isolato perché non è conoscenza degli altri tre casi.

Questo si riflette anche sulla popolazione e sulle azioni che i cittadini compiono. Perché se io ho tanti numeri per un’emergenza, quando sarò davvero in emergenza, magari non chiamerò proprio nessuno. Serve una strada da percorrere in momenti critici, non si deve avere scelta. Perché più c’è scelta più si aumenta l’entropia più si hanno comportamenti confusi e non adeguati ad una risposta rapida ed efficiente.

L’unificazione dei numeri di emergenza non è una cosa nuova ma, come tante cose italiche, è dimenticata, ma non da tutti.

Il caos in cui siamo è ben ricordato da 112 Italia, organizzazione che si rifà alla European Emergency Number Association e alla 112 Foundation, una ONG impegnata da anni per far sì che il 112 sia il numero unico di emergenza in tutta Europa. 

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In Italia invece siamo messi così:

Difficile capirci qualcosa vero? Figuriamoci in emergenza.

112 Italia ha una bella pagina in cui descrive la situazione italiana, tra proposte, ipotesi, impegni e quant’altro, e un confronto con la situazione europea.
Tra l’altro proprio la situazione dell’Italia rispetto al resto dell’Europa ha spinto qualche anno fa la Commissione UE ad aprire una procedura di infrazione contro l’Italia, poi archiviata perché il Governo nel 2010 ci ha messo una pezza. Pezza inutile ovviamente, perché si tratta dell’ennesima sperimentazione che non avrà mai né fine né un qualunque risultato utile. Quindi presto temo che ne risentiremo parlare.

Queste che sembrano elucubrazioni esagerate non lo sono, perché corrette procedure e servizi servono a salvare delle vite.

I telefonini e smartphone che tutti abbiamo in tasca permettono di chiamare, anche se bloccati, due numeri: il 911 e il 112.

Quindi se vi serve un’ambulanza in Italia, non la potrete chiamare.

Altro che liquidità dei legami di oggi.

Questo blog non ha sicuramente un numero di lettori degno di nota. Tanto per dire quello ufficiale ne ha molti di più.

I numeretti sulle statistiche non mi hanno però mai trattenuto dallo scrivere ulteriori post, anzi ne scrivo meno di quanto vorrei, principalmente per motivi di tempo.
Le idee però non mancano, ricercando sempre nuove fonti (e presto le raccoglierò tutte in un post) ho costantemente stimoli a ragionare e a scrivere di qualcosa.

Proprio recentemente sono incappato in questo articolo You should blog even if you have no readers, l’autore è Nathan Marz, fondatore di BackType poi acquisito da Twitter, e ora a capo di una start-up. Marz conferma come la scelta di scrivere comunque è molto importante per lo sviluppo personale e professionale.

Marz parte da un altro articolo di Spencer Fry intitolato On Writing – Why entrepreneurs should write, in cui si consigliava a tutti coloro che sono o vorrebbero essere imprenditori, di scrivere il più possibile.

Marz allarga questo concetto anche a chi è demoralizzato dall’avere pochi (o nessuno) lettori.

Vediamo quali sono i vantaggi dello scrivere, anche se non vi legge nessuno.

Scrivere fa leggere meglio

Sì perché se si scrivono post con impegno, magari rivedendo diverse volte la bozza, si cerca di strutturare il testo con un filo logico coerente, con delle fonti a supporto e cercando di far passare il messaggio nel modo migliore possibile. Facendo questo lavoro si comprende meglio come dovrebbe essere scritto un articolo. Quindi quando se ne legge uno scritto da altri si pone più attenzione al modo in cui è stato scritto. Si riesce quindi non solo ad apprezzare meglio il lavoro di altri autori, ma anche a capire dove sono i buchi o errori logici negli scritti di altri, e quindi a commentare o controbattere con più forza con le proprie opinioni.

Scrivere rende più smart

Scrivere una propria idea rivela molto bene se l’idea è concreta o se era giusto un concetto di passaggio, poco strutturato e non degno di nessuna attenzione.
Trasferire i propri pensieri sul testo ce li rende molto più chiari, ed è semplice quindi capire se la logica è errata, se l’idea non ci convince più di tanto, o se in fondo non siamo nemmeno tanto d’accordo con quello che abbiamo pensato!

Inoltre strutturare un articolo, ricollegandosi al punto precedente, significa sforzarsi per organizzare le cose in modo coerente. E questo è molto utile anche nella conversazione perché la nostra idea, dopo averla scritta e descritta bene sarà più forte anche nella nostra mente, permettendoci di argomentarla a voce in modo preciso e puntuale.

Tutto il resto è effetto collaterale

Scrivere un blog può servire anche per scopi lavorativi (come faccio io con Glamis on Security), o per rafforzare il personal branding (come faccio io con Marketing Consumer).
Non devono essere però il focus principale dell’attività di scrittura.

Il focus principale è che scrivere ci rende persone migliori. Quindi dobbiamo scrivere per noi stessi.

E non va dimenticato, anche se non ci legge nessuno.

I paladini dell’antiscienza e la via più facile

Stavo ascoltando il podcast di questa puntata di Melog di Gianluca Nicoletti, che parlava del recente gesto scellerato (come è stato definito da Oggiscienza) di “liberazione” di alcune cavie utilizzate in un laboratorio di ricerca dell’Istituto di Neuroscienze del CNR.

La sintesi dell’evento è la stessa descrizione della puntata di Melog:

Un bliz animalista a Milano distrugge anni di ricerca su malattie neurologiche. Tutto per salvare cento topi e un coniglio. La denuncia dei ricercatori di Neuroscienze del Cnr. Vanificato il loro lavoro su Autismo, Parkinson, Alzheimer, Sclerosi Multipla e malattie del sistema nervoso.

La puntata è come al solito molto interessante e molto ben condotta da Nicoletti, che mette a confronto uno dei leader degli attivisti con una responsabile del laboratorio, il filosofo della scienza Stefano Moriggi e altre personalità del mondo accademico, più la solita dose di ascoltatori pro o contro.

Ecco, uno dei pregi di Melog è proprio quello di mettere a confronto, sempre in modo civile, pacato e leggero, anche opinioni e persone fortemente in contrasto. E così è stato nella puntata, che invito tutti ad ascoltare, e già che ci siete abbonatevi anche al podcast di Melog. Ne vale la pena.

È stato così il dialogo finché ovviamente è stato possibile discutere in questo modo. Perché poi, come giustamente ricordato da uno degli ospiti, non si può dialogare con chi ha ancora una visione settecentesca della ricerca scientifica.

Come già detto vi consiglio caldamente di ascoltare la puntata, sia perché è grande fonte di comprensione di certe dinamiche e di certi termini, sia perché di dialoghi così in Italia ce ne sono, purtroppo, molto pochi. E questa è sicuramente una delle cause del radicalismo da tifo calcistico che permea gran parte della società.

Ma veniamo al commento sul gesto, che io definirei molto più duramente che scellerato, sia per la violenza che queste persone hanno esercitato (fattore che spesso viene portato in secondo piano, ma che per me resta fondamentale), sia per le conseguenze che ideologie di questo genere possono portare alla nostra comunità.

Ci sarebbero tante risposte facili da dare a queste persone.
Parte sono state date anche in trasmissione: parlate senza avere i titoli per farlo, e se un vostro parente fosse colpito dall’Alzheimer, quegli animali non possono vivere fuori dalla cattività, parlare di vivisezione è obsoleto da anni, e così via…

Non voglio però dare un commento facile, perché la via più facile è quella presa da queste persone: usare la violenza, l’ignoranza e il becero sfruttamento emotivo causato da un’ancora maggiore ignoranza e antiscientificità della popolazione italiana.

La cosa che voglio dire è questa. Perché invece di sprecare tante forze, tanti fondi e tanto tempo per queste azioni non le convogliate nella ricerca.
È stato detto anche in trasmissione, sebbene le ricerche in vitro non diano ancora effetti utili come quelle sugli animali, negli ultimi decenni si sono fatti passi avanti notevoli, e si sta lavorando sempre più per fare tutto in laboratorio, senza usare cavie.

Anche perché, ma se avessero studiato lo saprebbero, usare animali non è conveniente. Perché costa molto, e perché ci vuole molto tempo per avere risultati.

Anche perché, ma se avessero studiato lo saprebbero, ci sono protocolli e leggi precise su come trattare le cavie, in modo civile e senza inutili sofferenze.

Anche perché, ma se avessero studiato lo saprebbero, parlare di vivisezione significa parlare di cose vecchie di secoli, e quindi è solo un termine per stimolare vigliaccamente reazioni emotive su persone con scarsa cultura. Essere anti-vivisezione oggi è come essere anti-omicidio, non vuol dire nulla.

Ma se avessero studiato farebbero i ricercatori, e magari lavorerebbero come gli scienziati del CNR per trovare un modo alternativo.

Ma studiare, soprattutto in Italia, è la strada più difficile. Quella che prendono solo pochi sfigati che passano anni sui libri per poi guadagnare due lire, solo per tentare di aiutare tutti noi.

Molto meglio spaccare tutto un laboratorio, analizzare metodi di ricerca e protocolli avendo giusto un diploma, e parlare di cose senza alcuna cognizione di causa.

Ma questo in Italia è lo sport nazionale.

E quindi viva i paladini dell’antiscienza. Quelli che seguono sempre la strada più facile.

“La mia porta è aperta”

Ieri sera, nella nullità televisiva che circonda il concerto del Primo maggio, stavo guardando (per la gioia di chi era davanti alla TV con me) la prima puntata della miniserie Titanic – Nascita di una Leggenda.

Tra le varie stronzate trovate della sceneggiatura, c’è n’è stata una che mi ha colpito.

È una frase che dice Derek Jacobi interpretando Lord Pirrie, il presidente dei cantieri Harland&Wolff dove si sta costruendo il Titanic.

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Pirrie nella fiction è descritto come un padrone illuminato. Lui e la moglie si definiscono progressisti, liberali, e comunque molto attenti sia alle crescenti proteste delle maestranze, sia soprattutto all’inevitabilità del cambiamento dei tempi. Insomma, sembra quasi il ritratto di uno dei capitani coraggiosi che tanto sono piaciuti all’allora premier D’Alema e che tanto bene hanno fatto alle imprese italiane in via di privatizzazione.

Tornando alla miniserie, Pirrie è combattuto quando emergono le prime proteste sindacali, e critica fortemente i suoi colleghi industriali che reagiscono subito duramente imponendo una serrata. Loro sono proprio raffigurati come i classici padroni delle ferriere, disposti anche a far fallire tutto pur di non ascoltare quei miserabili degli operai.

Proprio quando gli operai della H&W (che tra l’altro è stata davvero in quel periodo difficile una delle aziende migliori dove lavorare) stanno per indire uno sciopero nel timore della serrata, Pirrie va a parlare con il capo sindacalista e gli dice una frase memorabile:

Io accetto il dialogo [con i sindacati]. A patto che rimanga costruttivo e portato avanti con metodi civili. Tutto quello che chiedo è che non mettiate in pericolo il lavoro qui con azioni violente e precipitose. Venite e parlate con me, la mia porta è aperta.

Ecco io ho lavorato in molte aziende diverse e con molti top manager diversi, anche espressione di linee ideologiche e/o politiche molto diverse.

E ho notato che sempre, ma dico proprio sempre, i peggiori sono quelli che dicono che la loro porta è aperta. Anche perché potrà essere vero, ma qualche metro prima della porta c’è un cancello ben chiuso e protetto.

Molto meglio i grugniti dei padroni delle ferriere.
Almeno quelli sono coerenti e non ti prendono per il culo.