L’effetto delle nuove tecnologie

L’effetto delle nuove tecnologie

Spesso quando si pensa alle nuove tecnologie, all’industria 4.0, all’innovazione e alla rivoluzione digitale si pensa ad una parola.

Disruptive.

Per Disruptive si intende non tanto un’assonanza con l’italiano distruttivo (anche se qualcosa c’è come vedremo tra poco), quanto un concetto di una tecnologia che quando arriva crea un nuovo mercato, cambia le regole, aggiunge un piano ad un palazzo che sembrava già bello che finito.

Sperando che il palazzo non crolli ovviamente, cosa che comunque può succedere perché l’impatto di questa nuova tecnologia è imprevisto, imprevedibile e soprattutto assolutamente inaspettato.

Per approfondimenti c’è un bel post su Wired e il solito articolo di Wikipedia.
Oppure, sempre da Wikipedia, questa simpatica vignetta

Disruptive_technology_WikiWorld.png

Spesso però, vuoi perché fa parte di una narrazione romanzata, vuoi perché ci fa piacere pensare che i cambiamenti siano istantanei, si pensa che introdurre una tecnologia distruptive sia come lanciare una bomba. La fai diventare pubblica e BUM! il mondo cambia.

Non è così ovviamente, anzi tutt’altro.

Proprio questo argomento è stato illustrato in una puntata di Melog – cronache meridiane, trasmissione radiofonica di Gianluca Nicoletti su Radio 24 (che consiglio a tutti, è una delle pochissime finestre ampie, lucide e attuali sul mondo che ci circonda).

In questa puntata di qualche giorno fa infatti, parte di una serie di servizi dedicati al Lavoro che verrà, è intervenuto Luca Beltrametti, direttore del Dipartimento di Economia dell’Università di Genova.

Beltrametti, parlando appunto di innovazioni tecnologiche che potremmo inquadrare in un ottica di disruption, porta come esempio di adozione progressiva il casello autostradale.

Proprio l’immagine che vedete sopra questo post, è l’esempio più evidente di come tutte le tecnologie possano (e debbano in un certo senso) convivere insieme per rendere quanto più efficace le nostre vite.

Approcciando un casello, infatti, vediamo tre distinti modi per oltrepassarlo, e tutti e tre rappresentano una diversa modalità di fare la stessa cosa. Con tecnologie, innovazioni e procedure completamente diverse tra loro.

casello autostradale
Fonte: autostrade.it
  1. Rapporto Uomo-Uomo: il primo approccio è quello classico. Si arriva al casello guidando e c’è un’altra persona, il casellante, che ci chiede i soldi. Glieli diamo e ci alza la sbarra. Pochissima tecnologia, sostanzialmente si fa ancora come secoli fa.
  2. Rapporto Uomo-Macchina: questa è la versione automatizzata. Si arriva al casello e c’è una macchina in cui inseriamo i soldi (fisici o carta, importa poco). Glieli diamo e ci alza la sbarra. Discreto approccio tecnologico per una cosa che già qualche decennio fa sembrava molto complessa.
  3. Rapporto Macchina-Macchina: il Telepass. Questa è la versione tecnologica più avanzata (seppure non così nuova). Si arriva al casello e non dobbiamo fare nulla, non dobbiamo nemmeno fermarci. Due macchine si parlano, si pagano da sole il pedaggio (tramite un colloquio con una terza macchina nella nostra banca) e la sbarra si alza.

Tanto per capirci, le auto senza pilota di cui si parla molto da qualche anno, useranno solo la terza ovviamente.

Ma è una tecnologia che usiamo già anche noi, che ci semplifica la vita e che può tranquillamente convivere con tutte le altre.

Ecco la vera innovazione e rivoluzione digitale: quella che arriva senza che ce ne accorgiamo, che inizia a convivere con noi semplificandoci un pezzo della nostra giornata, e che è già pronta a servire nuove e più complesse tecnologie che ancora non abbiamo.

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I paladini dell’antiscienza e la via più facile

Stavo ascoltando il podcast di questa puntata di Melog di Gianluca Nicoletti, che parlava del recente gesto scellerato (come è stato definito da Oggiscienza) di “liberazione” di alcune cavie utilizzate in un laboratorio di ricerca dell’Istituto di Neuroscienze del CNR.

La sintesi dell’evento è la stessa descrizione della puntata di Melog:

Un bliz animalista a Milano distrugge anni di ricerca su malattie neurologiche. Tutto per salvare cento topi e un coniglio. La denuncia dei ricercatori di Neuroscienze del Cnr. Vanificato il loro lavoro su Autismo, Parkinson, Alzheimer, Sclerosi Multipla e malattie del sistema nervoso.

La puntata è come al solito molto interessante e molto ben condotta da Nicoletti, che mette a confronto uno dei leader degli attivisti con una responsabile del laboratorio, il filosofo della scienza Stefano Moriggi e altre personalità del mondo accademico, più la solita dose di ascoltatori pro o contro.

Ecco, uno dei pregi di Melog è proprio quello di mettere a confronto, sempre in modo civile, pacato e leggero, anche opinioni e persone fortemente in contrasto. E così è stato nella puntata, che invito tutti ad ascoltare, e già che ci siete abbonatevi anche al podcast di Melog. Ne vale la pena.

È stato così il dialogo finché ovviamente è stato possibile discutere in questo modo. Perché poi, come giustamente ricordato da uno degli ospiti, non si può dialogare con chi ha ancora una visione settecentesca della ricerca scientifica.

Come già detto vi consiglio caldamente di ascoltare la puntata, sia perché è grande fonte di comprensione di certe dinamiche e di certi termini, sia perché di dialoghi così in Italia ce ne sono, purtroppo, molto pochi. E questa è sicuramente una delle cause del radicalismo da tifo calcistico che permea gran parte della società.

Ma veniamo al commento sul gesto, che io definirei molto più duramente che scellerato, sia per la violenza che queste persone hanno esercitato (fattore che spesso viene portato in secondo piano, ma che per me resta fondamentale), sia per le conseguenze che ideologie di questo genere possono portare alla nostra comunità.

Ci sarebbero tante risposte facili da dare a queste persone.
Parte sono state date anche in trasmissione: parlate senza avere i titoli per farlo, e se un vostro parente fosse colpito dall’Alzheimer, quegli animali non possono vivere fuori dalla cattività, parlare di vivisezione è obsoleto da anni, e così via…

Non voglio però dare un commento facile, perché la via più facile è quella presa da queste persone: usare la violenza, l’ignoranza e il becero sfruttamento emotivo causato da un’ancora maggiore ignoranza e antiscientificità della popolazione italiana.

La cosa che voglio dire è questa. Perché invece di sprecare tante forze, tanti fondi e tanto tempo per queste azioni non le convogliate nella ricerca.
È stato detto anche in trasmissione, sebbene le ricerche in vitro non diano ancora effetti utili come quelle sugli animali, negli ultimi decenni si sono fatti passi avanti notevoli, e si sta lavorando sempre più per fare tutto in laboratorio, senza usare cavie.

Anche perché, ma se avessero studiato lo saprebbero, usare animali non è conveniente. Perché costa molto, e perché ci vuole molto tempo per avere risultati.

Anche perché, ma se avessero studiato lo saprebbero, ci sono protocolli e leggi precise su come trattare le cavie, in modo civile e senza inutili sofferenze.

Anche perché, ma se avessero studiato lo saprebbero, parlare di vivisezione significa parlare di cose vecchie di secoli, e quindi è solo un termine per stimolare vigliaccamente reazioni emotive su persone con scarsa cultura. Essere anti-vivisezione oggi è come essere anti-omicidio, non vuol dire nulla.

Ma se avessero studiato farebbero i ricercatori, e magari lavorerebbero come gli scienziati del CNR per trovare un modo alternativo.

Ma studiare, soprattutto in Italia, è la strada più difficile. Quella che prendono solo pochi sfigati che passano anni sui libri per poi guadagnare due lire, solo per tentare di aiutare tutti noi.

Molto meglio spaccare tutto un laboratorio, analizzare metodi di ricerca e protocolli avendo giusto un diploma, e parlare di cose senza alcuna cognizione di causa.

Ma questo in Italia è lo sport nazionale.

E quindi viva i paladini dell’antiscienza. Quelli che seguono sempre la strada più facile.

Non voglio un apprendista, voglio un senior

Stavo ascoltando Radio24 stamattina e l’ottimo Simone Spetia ha intervistato alcuni capolista del M5S:

Devo dire che le persone intervistate erano abbastanza preparate, in particolare quello della Lombardia, e hanno retto bene alle domande del conduttore, ovviamente un po’ piccanti e sicuramente volte ad animare un po’ quello che di solito è la classica e noiosa tribuna politica.

Una cosa però mi ha colpito particolarmente, e in negativo.

L’avevo già sentita, ma stavolta è stata detta un po’ più chiaramente oltre al solito strillo nelle piazze.
Spetia ha chiesto al candidato della Sicilia, che è capolista quindi praticamente già eletto, come si vedrà come parlamentare della Repubblica. Lui ha risposto, molto candidamente:

Prendo esempio da quanto fatto dagli eletti dell’Assemblea Regionale Siciliana, ovvero che dovremo studiare molto. Perché il lavoro da fare è tanto e anche per presentare un disegno di legge si deve studiare tanto per capire come farlo.

Ecco, in questa frase c’è tutto il problema che vedo in questo genere di movimenti “dal basso”, e non composti da chi fa politica di carriera. Intendendo con carriera non chi vive nei fumosi corridoi di partito, ma chi ha iniziato l’impegno partendo magari dal suo piccolo comune, per poi arrivare in provincia e da lì sempre più in alto fino al parlamento.

Il punto, come ho scritto nel titolo, è che io voglio in parlamento dei senior, della gente che le cose già le sa fare e che le faccia (secondo il suo credo politico, s’intende) nel migliore e più veloce modo possibile. Non voglio uno che già in partenza mi dice che deve capire come funziona, che deve studiare, che deve essere affiancato per seguire i processi o i meccanismi.

Anche perché quanto tempo ci vuole per fare tutto questo? Sei mesi? Due anni? E nel frattempo questa persona, membro effettivo del parlamento, cosa fa?

La politica non è solo questione di pelo sullo stomaco, cosa che questi candidati magari hanno anche, ma proprio di comprensione dei meccanismi.

E lo dico, per essere più chiari possibile, perché se non si ha questa conoscenza possono succedere diverse cose.
Nel migliore dei casi si perderà una marea di tempo, nel peggiore si subiranno i tranelli, gli inganni e le strumentalizzazioni di chi in quel mondo ci vive da anni, e sa benissimo cosa fare  e cosa non fare…