Il trauma della curva sud

Non parlo volentieri di calcio.
Sia perché se ne parla fin troppo, sia perché anche essendo tifoso della Roma sono passato da abbonato in curva a abbonato a Sky a abbonato a nulla.
Disincantato e stanco di troppo casino, troppe strumentalizzazioni, troppo business.

Però questa volta penso ne valga la pena, parlare di calcio.

L’arrivo di Rudi Garcia sulla panchina della Roma è stato visto positivamente, in particolare per la sua fama di duro.

Questa fama è nata durante le sue esperienze precedenti (o meglio i suoi tentativi di esperienze).

In particolare ha la fama di uno che non guarda in faccia a nessuno e che, chiamato a guidare prima il Camerun poi il Togo, non ci mise molto a capire che il primo problema di squadre come quelle erano le primedonne.
Tentò subito quindi di silurare Eto’o  e Adebayor, dimostrando sicuramente molta lucidità e molto coraggio.

Non ci riuscì, naturalmente, e venne silurato lui. Lasciando quelle due squadre nel nulla che erano e che sono, e i due campioni eroi della patria.

Ora, l’idea di rimuovere i sepolcri imbiancati dalla squadra, sia per dare spazio a chi giustamente se lo merita, sia ad evitare che una stella così luminosa possa mettere in ombra tutti gli altri è senza dubbio molto coraggiosa, come detto, ma soprattutto lucida.

E proprio la lucidità serve a chi deve prendere in mano le redini della Roma, visto che una delle cause principali del blocco della squadra e del fallimento degli ultimi anni è appunto l’inamovibilità delle primedonne. Ovviamente parliamo di Totti e De Rossi.

La cosa paradossale è che la situazione a Roma è chiara a tutti. Sia tifosi che giornalisti che gli stessi addetti ai lavori sanno che il problema principale è quello, quindi non vedevano l’ora di accogliere un duro come allenatore.

Però… però.

Tutti contenti dell’arrivo di Garcia, tutti festeggianti, però a leggere i commenti sui social network, sui siti sportivi, alle radio, al bar e per strada il sentimento popolare è sempre quello, sempre lo stesso da anni, sempre uguale.

Sempre così:

Totti non si discute si ama

De Rossi non si tocca

Alla fine tutti sanno qual è il problema, ma tutti allo stesso tempo non vogliono che sia rimosso.

Ma perché? Qual è il motivo che alimenta questo pensiero collettivo?

Ho sempre avvertito la consapevolezza che questo modo di pensare ci sia sempre stato nei trenta e passa anni che seguo la Roma.

Sia nei tempi più bui che nei periodi di successo l’attaccamento morboso verso i giocatori più rappresentativi, verso i figli di Roma più importanti, verso “i miei gioielli” di gracchiana memoria, c’è sempre stato.

Non ho mai posto però particolare attenzione a questo comportamento fino a quando, qualche giorno fa, ho risentito in radio questa canzone, e ho capito.

Questo mondo coglione piange il campione quando non serve più.
Ci vorrebbe attenzione verso l’errore.
Oggi saresti qui.
Se ci fosse più amore per il campione, oggi saresti qui.

Questa canzone di Venditti, per chi non è romanista e per chi non conosce Venditti, è dedicata ad Agostino Di Bartolomei.

Ago
Agostino Di Bartolomei nella maglia Barilla, foto di Agocapitano.

Di Bartolomei, Ago per la curva, è stato forse il più grande capitano che la Roma abbia mai avuto.

Romano di Tor Marancia quindi figlio di quella Roma popolare del dopoguerra, cresce nelle giovanili della Roma fino ad arrivare a guidare, con la maglia numero 10, la squadra in Serie A nel periodo più importante della fine del secolo scorso. Dalle tre Coppe Italia, all’impresa dello Scudetto dell’83 che ha stravolto la città e riportato la Roma tra le grandi (e che, tra l’altro, è il motivo per cui sono tifoso romanista), fino al punto più basso, alla delusione più grande della storia della squadra: la finale di Coppa Campioni del 1984.

In sintesi Di Bartolomei ha guidato la squadra dal suo punto più alto (il primo scudetto del dopoguerra) a quello più basso possibile (una finale europea persa in casa).

Questo ha senza dubbio instaurato un legame incredibile con la tifoseria. Che vedeva in Ago proprio la guida di cui aveva bisogno, un romano, romanista, capitano della Roma sia nel bene che nel male. Sia nella rinascita che nella sconfitta più dura.

L’eroe perfetto.

Ma gli eroi a volte hanno una storia tragica, e quella di Di Bartolomei lo fu.

Dopo la sconfitta fu ceduto, giusto il tempo di vincere la Coppa Italia e andò via.

Venduto ad altre squadre con la sua curva che lo salutava così:

Striscione Di Bartolomei

Di Bartolomei continuò a giocare sempre bene, fino a portare la Salernitana in serie B dopo tanti anni. Ma ormai era stato relegato ai margini del mondo del calcio.

Tentò di fare l’opinionista, ma più che altro lavorò per trovare altri talenti, fondando una scuola calcio e scrivendo un manuale per allenare i giovani.

Ma era lontano dalla sua Roma e dalla sua curva, troppo lontano.

Il 30 maggio del 1994, proprio dieci anni dopo la sconfitta più grande, sua e di tutti i tifosi romanisti, Agostino Di Bartolomei si sveglia, prende la sua Smith&Wesson, e si spara al cuore.

Fu uno shock.

Ricordo vagamente i festeggiamenti dello scudetto, ero piccolo allora, ma ricordo molto bene la notizia delle morte di Ago. Ricordo la gente che piangeva, il senso di delusione collettiva, il lutto.

Non era solo lutto per la perdita di un “figlio” però.

La morte di Di Bartolomei fu per la coscienza collettiva della tifoseria romanista un trauma enorme. Fondamentalmente perché si resero conto di averlo abbandonato.

Si resero conto che la discesa verso la depressione, il senso di vuoto e la scelta di uccidersi cominciò proprio quando Ago fu costretto a lasciare Roma, la sua città e la sua squadra.

Mi sento chiuso in un buco.

Scrisse così Di Bartolomei nel suo biglietto di addio. Perso in un limbo di vuoto e inutilità e lontano dalla cosa che aveva amato di più.

Lontano dalla gente che aveva amato di più lui.

La morte di Ago è il trauma che ancora oggi spinge i tifosi della Roma a comportarsi così. A comprendere che per rinnovarsi e rinnovare è necessario mettere qualcuno in panchina, e far emergere menti e forze giovani, nuove. Idee nuove.

Poi però arriva il canto di Venditti, che è sempre stato grande interprete del sentimento popolare della curva e dei tifosi romanisti, arriva quella frase che riporta un orribile pensiero

Se ci fosse più amore per il campione, oggi saresti qui.

Se ci fosse stata attenzione per l’errore, Ago oggi sarebbe qui. Se non fosse stato dimenticato e chiuso in un buco, oggi Ago sarebbe qui.
Questo quindi non deve mai più succedere. Nessuno dei figli di Roma deve essere più tradito.

Sappiamo che sono il problema, ma Totti e De Rossi non si toccano.

Dagli errori si deve imparare sì, ma dai traumi di deve guarire. I tempi sono cambiati e ci sono tanti modi per non cadere nel tradimento e perdono.

La pistola dalla mano è stata cancellata tanto tempo fa, ora non serve più guardare al passato.

E io, da tifoso disincantato e stanco, spero che la guarigione arrivi il prima possibile.

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