… ma la colpa è di Booking.com!

La notizia assurda di qualche settimana fa era quella dell’apertura di una inchiesta dell’Antitrust, su spinta dell’associazione albergatori di Confindustria, verso Booking e Expedia.

booking expedia antitrust

Assurda perché naturalmente sono contratti del tutto volontari, che vengono accettati dagli albergatori liberamente, come liberamente possono usare o no i servizi offerti da aggregatori di strutture come appunto Booking o Expedia.

Dopo aver sentito qualche commento fatto dagli esponenti di Federalberghi, che cianciano di crisi e limiti alla concorrenza senza sapere di che parlano naturalmente, penso che il tutto si risolverà in un nulla di fatto. Solo un po’ di tempo perso da parte di strutture che dovrebbero occuparsi di altri più gravi trust in Italia. Ma tant’è.

Sono strumenti che offrono una visibilità incomparabile anche per strutture molto piccole, multilingua e con tecnologie moderne e affidabili.
Chiedono molto agli esercenti? Può essere, ma la scelta è libera e il punto principale è “potete non usare quei servizi“.

Molto semplice e molto facile.
Mica tanto, perché come al solito i grandi “imprenditori” italici non sono in grado di fare una cosa simile (Italia.it? Magic Italy? lasciamo stare…). Ma sono in grado di gestire la situazione senza questi servizi?

In fondo basta un sito e una ricerca su Google no? Il web da più opportunità a tutti di essere trovati.

Bene, facciamo qualche esempio.

Stavo cercando una struttura per un fine settimana estivo in una zona di un parco nazionale, quindi altamente turistica e frequentata anche da non italiani (tipicamente inglesi o tedeschi). Mi aspetto quindi una ricezione adeguata e una professionalità alta, come del resto i prezzi non proprio economici della zona.

Uso Booking.com come al solito, ma estendo anche la ricerca a Google per vedere altre strutture.

Ecco come è andata.

Struttura 1

B&B a gestione familiare non presente su Booking, lo trovo su Google e ha un sito carino, un po’ confusionario ma fatto bene, con foto e buone recensioni su Tripadvisor.

In giro per il sito ci sono quattro indirizzi email.
Non scherzo, una cosa del tipo:

  • info@ilmiob&b.it
  • ilmiob&b@gmail.com
  • ilmiob&b@libero.it
  • miob&b@libero.it

Scrivo a tutti e quattro per richiedere la disponibilità, risultato due email mi tornano indietro e dalle altre nessuna risposta.
Chiamo al numero indicato, nessuna risposta.

La chicca poi è una frase scritta sotto alla pagina dei contatti che dice qualcosa del tipo

siamo una struttura familiare, quindi se non vi rispondiamo al telefono o via email entro qualche giorno riprovate

Traduzione:

non siamo in grado di fare il nostro lavoro, quindi se volete davvero darci dei soldi insistete

Struttura 2

Agriturismo più grande, non presente su Booking. L’avevo già visto passandoci davanti in auto e lo ritrovo su Google, molto bello con piscina, ristorante e dei mini appartamenti praticamente in mezzo al bosco. Abbastanza costoso ma i prezzi sono indicati in modo chiaro, sito fatto molto bene. Buone recensioni su Tripadvisor.

Uso il form di contatto presente sul sito per chiedere disponibilità, nessuna risposta.
Invio una mail all’indirizzo presente sui contatti, nessuna risposta.Chiamo diverse volte, in orari e giorni diversi al numero presente sui contatti, nessuna risposta.

Struttura 3

B&B a gestione familiare presente su Booking, buone recensioni sia lì sia su Tripadvisor.

Lo trovo cercando sulla utilissima mappa di Booking, sta praticamente ai confini del bosco, in un paesetto isolato ma che sembra molto carino.

Le foto sono carine, e offre un buon prezzo ma soprattutto il pagamento posticipato e la cancellazione gratuita fino a qualche giorno prima dell’arrivo.

 

Secondo voi quale struttura ho prenotato alla fine?

Ma soprattutto, di chi è la colpa?

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Il mio nome è Ayrton…

.. e faccio il pilota.

Ayrton Senna
Foto Wikipedia.

Non sono mai stato un grande appassionato di Formula 1. Sì ho visto diversi gran premi, mi piaceva soprattutto la parte strategica di rifornimenti, cambi gomme e tecnologie.

Mi piaceva Senna. Principalmente perché aveva una faccia simpatica. Ed era brasiliano, come i giocatori più forti della Roma.

E corro veloce per la mia strada.

Quella domenica di vent’anni fa, dopo pranzo e l’inizio della gara mi ero già stancato di guardare il gran premio.

Anche perché, e purtroppo molti pochi se lo ricordano, a Imola il weekend era iniziato malissimo.

Era iniziato con un incidente terribile a Rubens Barrichello (altro brasiliano che mi stava simpatico), e la morte di Roland Ratzemberger. Non nego di subire il fascino degli incidenti, non in modo esasperato come le gare Indy americane, però la morte no.

Anche perché non capivo come mai , dopo quei due incidenti, si continuasse a correre. Era evidente che qualcosa non andava.

Invece la gara la domenica partì come sempre.

E ho capito che era tutto finto, ho capito che un vincitore vale quanto un vinto.

Non vidi nemmeno la partenza, uscii in una bella domenica di maggio e feci quello che facevo quasi sempre in quegli anni, quando avevo del tempo libero: andavo in sala giochi.

Ce n’era una enorme a piazza Vittorio, si chiamava Stargames ed era ospitata al piano terra, in quei locali della fine di due secoli fa, larghi, ampi. Così grandi da trapassare da parte a parte il palazzo che avevano sopra.

Era talmente grande che, oltre alla sala principale piena di cabinati, anche enormi come Sega Rally a quattro posti, aveva un’altra sala dietro dove era possibile giocare al laser game a squadre. Quello dove si avevano dei fucili a raggi laser e un pettorale riflettente che vibrava quando ti colpivano gli avversari.

Dovevo fare qualcosa, dovevo cambiare qualche cosa.

Feci qualche partita a qualcosa, non ricordo bene. Di sicuro ad un cabinato della Formula 1, quello con la finta monoposto e il megaschermo.
Non sono mai stato bravo in quei giochi, esco di strada e vado a sbattere quasi subito. Sbaglio tutte le traiettorie.

E ho deciso in una notte di maggio, in una terra di sognatori.

Tornato a casa i miei mi dissero che era successo, da lì poi una maratona televisiva fino a tarda serata. Poco prima di cena. Quando arrivò la notizia definitiva.

Anche se forse non è servito a niente tanto il circo cambierà città

Un fine settimana di motorsport, chiuso con due morti e un ferito grave.

Oggi al posto di quella sala giochi c’è una parrocchia della Chiesa Cattolica Cinese (quella controllata dal partito), così come in tanti altri posti all’Esquilino.

Oggi non guardo più per nulla la Formula 1.

Nemmeno per sbaglio e nemmeno per vedere l’arrivo. Nulla.

Però quella domenica, quel weekend me lo ricordo ancora.

Mi hai detto “Chiudi gli occhi e riposa”.
E io ho chiuso gli occhi.

spotify

Non sono un grande utilizzatore di Spotify, sia perché in giro preferisco i podcast sia perché non sento molto musica mentre faccio altre cose (tipo al lavoro). Ogni tanto però sì, soprattutto se voglio sentire qualcosa di specifico, e Spotify è senza dubbio più efficiente di YouTube.

Per farla breve stavo sentendo Life on Mars e pensavo a quanta banda utilizza Spotify, magari se usato intensamente da più utenti sulla stessa linea.
Pensando a questo mi sono ricordato di parecchi anni fa, quando co-gestivo il piccolo CED e i relativi servizi di rete dell’ufficio di una azienda.

L’azienda aveva una banda internet non eccelsa (costava allora come oggi…) e serviva principalmente a ricevere dati e dialogare con diversi dispositivi sparsi per il territorio, più a fornire servizi ai clienti dell’azienda stessa. Questo significava che l’utilizzo della banda era uno dei punti critici da tenere sotto controllo per garantire l’efficienza dei servizi.

E girando lì sopra soldi, di qualcuno che stava due stanze più in la, vi garantisco che l’efficienza era il principale problema di noi che gestivamo l’IT.

Quello che succedeva era che in momenti più di calma, come la pausa pranzo o la tarda mattinata, l’occupazione della banda internet andava sempre a saturarsi, fino a rendere anche critica in certi casi l’erogazione dei servizi.

Ci stavano attaccando? DDoS in corso? Tutti i clienti si erano collegati contemporaneamente?

No, semplicemente quasi tutti ascoltavano la radio in streaming.

All’epoca (periodo pre-iPhone, 2005/2006) l’avanguardia dello streaming era praticamente solo uno Real Player.

Real Player
Ve lo ricordate? Questo qua.

Anche se di qualità infima rispetto a quello che può offrire un colosso come Spotify (ma anche YouTube in HD) sette/otto postazioni collegate contemporaneamente potevano comunque provocare una salita dell’occupazione di banda sopra il livello critico.

Il bello era che sentivano quasi tutti la stessa radio. Quindi la soluzione fu abbastanza brutale (dietro impetuoso diktat del Boss), QoS applicata duramente e, laddove non si riuscì ci pensò qualche regola ad hoc del firewall davanti al proxy.

BOFH like, ma efficace.

Tutti capirono e infatti nel giro di qualche giorno si moltiplicarono le radioline o le cuffiette dal telefonino. Cosa che tra l’altro permetteva una qualità molto maggiore dell’audio… quindi non capisco cosa ci trovassero di bello nello streaming a 12kbps di Real Player.

Quindi mi immagino cosa possa succedere ora in un ufficio di medie dimensioni, quando tutti si attaccano a Spotify (ma ce ne sono tanti di servizi OTT che mandano tutto in streaming). Il tutto magari per sentire sempre le stesse canzoni, o anche peggio brani che si hanno a casa su cd e che basterebbe portare sul PC dell’ufficio o sul proprio smartphone.

Siamo in un periodo di dispositivi sempre connessi, i GB di traffico anche mobile si sprecano e l’ADSL è sempre flat. Ma pensate che se lavorate in un’azienda che eroga servizi magari quella banda serve anche per cose un po’ più serie.

Un po’ come a casa vostra quando vi si rallenta il download da torrent se attaccate a vedere Mediaset Play, Infinity, Sky Online o anche solo YouTube dalla smart TV.

Quindi quando arriva il tennico che vi abbassa la banda per le canzoni, non guardatelo male.

Portatevi una bella chiavetta con tanti mp3.
Sarà una roba quasi vintage, ma funziona.

E comunque

Rule Britannia is out of bounds
To my mother, my dog, and clowns

E dove altro dovremmo andare?

C’è un aspetto, nella storia del matrimonio tra due uomini che è stato riconosciuto dal tribunale di Grosseto, che mi ha colpito particolarmente.

screenshot.1

Non è tanto nella storia in se, visto che probabilmente la decisione non è legittima. Dico questo perché un atto legale straniero deve essere riconosciuto valido in Italia dopo verifiche normative.

Pensiamo alle lauree. Molte nazioni le vendono letteralmente, e mandano bei fogli di carta con tanto di bolli e firme. Ovvio però che l’Italia non può riconoscerne il valore legale qui solo perché sono valide nell’altro stato. Va fatto un percorso di verifica della serietà dell’atto e di ratifica della validità del titolo. A maggior ragione se è una cosa che, piacente o meno, va contro il nostro attuale ordinamento legale.

Non è questo il punto. Il punto è stata la reazione della CEI, anzi andando ancora più in dettaglio le parole utilizzate nella reazione della CEI.

Hanno detto infatti

Il tentativo di negare questa realtà per via giudiziaria rappresenta uno strappo, una pericolosa fuga in avanti di carattere fortemente ideologico.

Tralascio che la realtà è quella per loro, ora non so se le parole sono state dette d’impeto o pensate.
In ogni caso è molto interessante il loro uso.

Perché quello che mi sono chiesto è: se non dovremmo andare avanti, dove altro dovremmo andare?

C’è da capire quindi i vescovi cosa intendono per fuga in avanti.

Sì perché se è una cosa per loro positiva, allora in quelle parole c’è l’accettazione di un naturale (e non uso questa parola a caso…) progresso dei diritti civili di tutte le nazioni che si dicono, almeno a parole, democratiche.

Se è una cosa negativa, allora loro si mostrano come una forza non conservatrice (cioè che mira al mantenimento dello status quo attuale), ma addirittura retrograda, cioè che vuole tornare indietro. Alla messa in latino, ma anche al delitto d’onore, al matrimonio riparatore, all’aborto fatto dalla vecchia del paese con un asciugamano e una stampella di ferro.

Spero vivamente che sia la prima di queste ipotesi. Perché è avanti che dobbiamo andare, e prima o poi, nonostante la loro resistenza, ci arriveremo.

Dove altro dovremmo andare se no?

Dov’è il volo MH370?

Volare è forse l’attività più lontana che possa fare un essere umano, e tecnicamente quella che è stata più difficile da raggiungere.

Forse per quel motivo volare genera una fortissima emozione sulle persone. Positiva o negativa che sia.

Personalmente propendo per l’entusiasmo. Volare ad una cifra ragionevole, su apparecchi enormi, su distanze enormi per arrivare in tempi piccolissimi laddove ci sarebbero voluti giorni e giorni di viaggio. Avere protocolli e regole uguali in tutte le nazioni, e cooperare per monitorare e supportare milioni di persone in volo ogni momento della giornata, compresi i 5000 aerei in volo in questo momento.

Flight Radar
E quando gli USA si svegliano saranno 2000 di più.

Penso sia uno dei più grandi traguardi compiuti dall’umanità, secondo forse solo ad Internet.

Per questo forse, nonostante volare sia uno dei modi più sicuri di spostarsi, ogni storia che riguarda un incidente aereo affascina, spaventa e cattura.

Se poi la storia di un incidente diventa un mistero, allora tutto viene amplificato, compresa la nostra curiosità e la nostra paura.
Questo è il caso del volo Malaysian Airlines 370.

La storia la sapete tutti, ed è proprio l’alone di mistero che la rende unica. Non è un incidente a terra come le tragedie di Tenerife o Linate, non è una caduta o un dirottamento. Non è nulla perché ancora non si sa dove sia l’aereo.

L’incertezza è quello che colpisce di più, proprio perché è la chiave che rende unica la paura del volo. Usando un qualsiasi mezzo di trasporto, anche uno simile come rischio come la nave, non si ha una così completa incertezza sulla propria situazione.

Chiunque abbia volato sul polo, sulla sterminata Russia o sull’Atlantico sarà stato colpito prima o poi da un senso di disagio.

E se succede qualcosa?

La paura nasce proprio dal fatto che il passeggero non può vivere al di fuori del mezzo. Questa è la caratteristica unica dei voli aerei.

Certo, anche in caso di naufragio di un transatlantico sperduto lì nel centro della mappa qui sopra non ci sono molte possibilità di salvarsi, ma l’acqua è familiare, la conosciamo, ci abbiamo nuotato dentro e in certo senso fa parte della nostra natura.

Volare no. L’uomo non può volare e non può vivere se non dentro quel bestione pesantissimo che sta lassù in aria.

Non c’è possibilità di fuga e non c’è nessun conforto visivo sulla situazione se non un monitor che mostra una rotta disegnata e dei dati che ci dicono poco. L’unica certezza è il pilota, l’unico di cui possiamo fidarci è lui e a in lui e nell’equipaggio mettiamo realmente in mano le nostre vite.

Se c’è un leggero brivido che passa in ogni fase di atterraggio, anche ai più entusiasti del volo come me e soprattutto quando ci sono condizioni meteo avverse, l’idea di una sparizione improvvisa durante il volo di crociera terrorizza (e quindi di riflesso affascina) molte persone.

Può un aereo scomparire?

Ovviamente sì, è già successo e anche di recente.

Il volo Air France 447, da Rio de Janeiro a Parigi, entrando in una zona climatica critica subì un danno agli strumenti di bordo. Questi fornirono informazioni errate e allarmi ai piloti che non potettero fare nulla, mentre l’aereo andava in stallo e si schiantava nell’oceano, in piena quota di crociera.

Ci vollero due anni per trovare i resti, proprio perché non c’erano tracce radar né segnalazioni da bordo, e un altro per chiudere l’analisi tecnica dell’inchiesta.

Ma eravamo nel 2009, i social network e la necessità di informazioni H24 non erano così sviluppate come ora.

Il volo MH370,  quindi sta avendo ancora più amplificazione di quanto successo al 447, anche se la situazione al momento è la stessa: non sappiamo dove sia l’aereo.

Anche per quanto riguarda il problema di localizzazione, ora siamo tutti abituati ad essere tracciati costantemente (NSA docet), e quindi si fa ancora più fatica a comprendere come sia possibile perdersi un Boeing 777, uno degli aerei più sicuri mai costruiti, da qualche parte in un pianeta osservato costantemente da migliaia di sensori, dispositivi e nazioni.

Uno degli esperti di volo che apprezzo di più è Patrick Smith, autore del fantastico Cockpit Confidential, una vera bibbia di informazioni per gli appassionati di volo.

Smith ha anche un blog, e ha naturalmente affrontato il tema del volo MH370. Sulla localizzazione dice

People keep asking “how can a plane simply disappear?” It’s an idea that doesn’t seem to compute in an age of instant and total connectivity. But consider: if somebody yanks the power cord out of your computer, suddenly all the wonderful immediacy and connectivity of the internet is effectively vanished. Similarly, all of the fancy equipment in a 777′s cockpit is only useful if it’s actually running. Thus, together with an absence of primary radar over much of the ocean, the idea that a plane can disappear becomes a lot more conceivable.

In sintesi, se gli strumenti non funzionano o vengono spenti, e se si è in una zona in cui non c’è contatto con un controllore di volo, l’aereo scompare.

Anche perché Smith ricorda sempre che

As the old adage goes: you aviate, navigate, and communicate — in that order. And so, the fact that no messages or distress signals were sent by the crew is not surprising or an indicator of anything specific.

Quindi finché non si trova la scatola nera, e anche qui le polemiche non mancano, sarà difficile ricostruire alcunché.

Sì ma le ricerche?

Le ricerche sono molto difficili, quando l’area dove guardare è quasi sconosciuta, o comunque è una cosa del genere

Area ricerche
Fonte Wall Street journal

Inoltre non sapendo cosa sia successo a bordo, e non avendo ovviamente dati provenienti dall’aereo, tutte le strade sono aperte. Comprese quelle che abbia volato per ore dopo essere scomparso (sì, ma dove?), e quelle para-complottistiche che possa essere arrivato, dirottato ovviamente, addirittura in Corea del Nord.

Certo è improbabile che l’aero possa essere atterrato da qualche parte senza che nessuna delle nazioni coinvolte lo abbia visto sui propri radar di monitoraggio del territorio. E soprattutto è improbabile che possa essere stato dirottato in Corea del Nord senza che la Cina lo sappia.

Sì perché dei 227 passeggeri del volo, ben 154 erano cinesi. Quindi è difficile pensare che la Cina copra in qualche modo o per qualche motivo la scomparsa di così tanti suoi cittadini.

Smith, sempre cauto nelle analisi come ogni buon pilota dovrebbe essere, dice però molto chiaramente quello che pensa

I hate to say it, and to violate my own anti-speculation rule, but it’s looking more and more like something very strange, and possibly nefarious, is behind the disappearance. A hijacking, perhaps, that ultimately ended in disaster somewhere in the South China Sea.

Anche perché, ad aggiungere mistero al giallo dell’aereo scomparso, si aggiunge la storia dei due passeggeri con passaporti rubati. Uno di questi aveva anche interessato l’Italia visto che un passaporto rubato era italiano.

Inoltre, visto l’hype mediatico il gossip c’è sempre, ci si mettono anche gli articoli sulla personalità del comandante. Festaiolo e donnaiolo, quasi uno Schettino malese.
Questo non depone di certo a suo favore, visto che 9 su 10 un incidente viene causato o amplificato (ovviamente) da un errore umano.

La sicurezza in volo

Come detto, l’aereo resta il modo più sicuro ed efficiente di spostarsi. Ma paradossalmente resta quello che più genera timori, paure e incertezze, proprio per lo scarso controllo (o la scarsa percezione del controllo) che un passeggero ha quando si leva da terra.

La sicurezza aerea, le sue procedure, metodi e strumenti hanno però una fantastica capacità di imparare dai propri errori. Forse più di qualunque altra disciplina. Anche per questo gli aerei sono così sicuri ed efficienti. Gli incredibili disastri di Tenerife e Linate, che ho citato prima, hanno cambiato drasticamente le procedure di sicurezza mondiali.

Probabilmente impareremo molto dal volo MH370, se e quando sapremo qual è stata la sua storia.